La temporanea chiusura dei luoghi d’arte e di cultura per contenere la diffusione della recente pandemia ha evidenziato, tra le parallele e dolorose conseguenze sulla salute, sulla formazione, sul lavoro, quanto incolore possa essere una quotidianità privata di musei, mostre, teatri. Per risalire a una privazione così prolungata e ben più tragica occorre tornare indietro di otto decenni, quando, con l’entrata in guerra dell’Italia, Prato e le molte città d’arte della Penisola per oltre quattro anni si svuotarono completamente del loro patrimonio artistico, incapsulato in strutture di mattoni o smistato nei vari rifugi di campagna ritenuti, a seconda della congiuntura bellica, luoghi più sicuri di altri.
Presenze dantesche nel repertorio musicale pratese fra Ottocento e Novecento. Il caso di Giovanni Castagnoli (di Filippo Tosciri)
Il sesto centenario della morte di Dante fu un evento alquanto sentito nel 1921; la figura del sommo poeta fu presentata come un simbolo a un’Italia da poco uscita dalla Grande Guerra, le cui ferite non erano ancora rimarginate. Non stupisce quindi che un avvenimento...
