Con Umberto Mannucci se n’è andata una delle figure più rappresentative del Novecento pratese. Un intellettuale che ha amato profondamente la sua città e il popolo di questa nostra terra industriosa. Attento ai mutamenti del tempo ma estremamente selettivo, custode geloso della cultura che lo aveva nutrito: una cultura che sapeva interpretare e porgere agli altri, con umiltà, con profondo rispetto e singolare efficacia. Ci mancheranno i suoi racconti che, generalmente a fine anno, nell’approssimarsi del Natale, ci mandava a casa, accompagnati dalla sua bella scrittura vergata con inchiostro verde! Ci mancherà la sua ansia nel conservare e valorizzare ciò che si identificava con la tradizione della sua terra pratese: dalla cucina alle feste, dal particolare e inconfondibile lessico di un tempo ai personaggi dimenticati.
Affermare la coscienza del tempo. Prato e la genesi del Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci (di Alessio Zipoli)
Da oltre due millenni il teatro è uno spazio di critica e dibattito, uno dei pochi rimasti, in una società fatta di immediatezza, immagini fugaci, e assurde cacofonie. Il teatro offre il gradito privilegio di fermare la mente e lasciarsi incantare dalla penombra del...
