Immaginiamo un pellegrino che durante una estate negli anni Trenta del Cinquecento si fosse avventurato in quelle contrade. Egli non avrebbe resistito al fascino dei luoghi. Avrebbe sentito l’impulso, fisico e spirituale, di immergersi in quella natura, di conquistare ogni particolare del rigoglioso paesaggio, sull’ultimo clivo del Monte Maggiore. Radi edifici occhieggiavano tra i cipressi, come punti salienti nel geometrico equilibrio dei terreni; terrazzamenti disegnati da filari di viti e olivi, prese di terra coperte di spighe in attesa della falce, frutteti dai variegati colori, boschi di faggi e querciole che, ricchi di stipe e ginestre, risalivano incontaminati i pendii.
Ristorare gli afflitti: le “Distribuzioni” del Comune di Prato (di Francesco Ammannati)
“Et così fu fatto e ristorato chi aveva perduto in qualche parte e non l’intero delle perdite fatte”. Così il governatore del Ceppo di Francesco di Marco Girolamo Talducci scriveva su un suo libro di conti intorno ai primi di novembre del 1512. La furia spagnola era...
